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Sono il basso e il ciarpame elettrico (synth, drum machine) nella
Official Molock Band
Buongiorno.
Leggo che, sull’onda del processo - che non è ancora arrivato all’ultimo grado
di giudizio - a PirateBay in Svezia, avete deciso che anche voi potete
riuscire se non «ad avere in estradizione i proprietari» (sic) almeno ad
avere cospicui compensi.
Mi chiedevo il perchè. Il vostro sito, in mezzo a tante intimidazioni e
minacce legali, nonchè varie statistiche di propaganda contro chi si scambia
musica, riesce a dedicare ben dieci righe alle motivazioni che avete per così
tanto odio - al di là di quelle egoistiche, intendo.
Scrivete:
«Può sembrare azzardato dichiarare che la pirateria significa la fine della
musica, ma tale affermazione, se vista in tutte le sue prospettive, non è
molto lontana dalla realtà. Il pirata non paga alcun diritto al compositore o
all’artista. Per questo motivo creativi, compositori, autori di testi,
musicisti si vedono sottratti gran parte dei loro profitti. Ne consegue che
molti di essi sono costretti ad abbandonare il settore per dedicarsi ad
attività più remunerative. .»
Non è vero. Il “pirata” paga i concerti, il “pirata” paga il merchandising,
il “pirata” - pensate - acquista anche dei cd, quando i soldi vanno davvero
all’artista. I nomi li sapete anche voi: “In Rainbows” dei
Radiohead, “Beneath the Boardwalk” degli Arctic Monkeys, i Nine Inch Nails e
così via. Soldi che vanno - come sempre e solo dovrebbero andare, nell’era
dei byte - al detentore dei diritti. A costui il pirata non avrebbe mai, e
dico mai, dato dei soldi se qualcuno non avesse prima “piratato” le sue
opere. Oltre al fatto che la maggior parte opere scaricate non sarebbero mai
e poi mai acquistate (o, a volte, non saranno mai più acquistabili), ma voi -
abilmente - non mancate di contarle tra le vostre cosiddette “perdite”.
Scrivete:
«La pirateria è inoltre una grave minaccia per l’industria che ogni anno
investe centinaia di miliardi per lanciare nuovi talenti. L’industria
illegale pubblica prevalentemente i maggiori successi sfruttando allo stesso
tempo, in maniera parassitaria, gli investimenti in marketing e promozione
delle case discografiche.»
Marketing? Vi propongo un nuovo punto di vista, lievemente più avanzato
rispetto al vostro, rimasto al 1980 (ventinove anni fa).
L’industria musicale guadagna prevalentemente con i successi di pubblico
raggiunti sfruttando in maniera parassitaria il tempo e la fatica di chi
diffonde le opere sui siti di file sharing. Voi siete i parassiti: un artista
registra, i “pirati” lo diffondono e lo pubblicizzano, l’artista fa concerti,
l’artista vende i suoi cd tramite internet, ma una percentuale va a voi, od
alla siae. Come se il marketing dell’industria musicale - ovvero, carissimi,
le payola - conteranno ancora qualcosa in futuro.
Scrivete:
«Rivenditori e distributori vengono colpiti anch’essi da una concorrenza
sleale che, di fatto, impedisce loro qualsiasi sviluppo.»
Già. Similmente ai compianti amanuensi, colpiti dalla concorrenza sleale della
macchina a caratteri mobili. Siete incredibili, davvero.
Continuate:
«E non ultimo il consumatore finale, vittima di frode in commercio e,
talvolta, inconsapevolmente partecipe ad un reato e al finanziamento di
organizzazioni criminali.»
Sul finanziamento di organizzazioni criminali, nel mondo di Internet, non dico
nulla: chi condivide non riceve un soldo, e se Pirate Bay vende qualche felpa
è unicamente perchè voi ne fate, con la vostra propaganda, un eroe dei nostri
tempi. Sul consumatore, inconsapevolmente criminale, avete ragione: si
commette un reato compiendo un gesto - ascoltando musica - che per nessun
uomo che sia vissuto in un secolo diverso dal ‘900 sarebbe stato possibile
qualificare come fuori dalla legge.
Concludete:
«In definitiva pirateria significa: un crimine contro la cultura,
una frode al consumatore, evasione fiscale, lauti proventi illegali per le
organizzazioni malavitose e sfruttamento di manodopera debole e mercato nero
(minori ed extra-comunitari).»
In fronte a tutto questo, voi estorcete soldi e mandate in galera uno per
educarne cento, e tentate di mettere un controllore ad ogni computer (la
storia dell’on. Carlucci e del pres. Univideo Daniele Rossi insegna). Noi
cento, semplicemente, smettiamo di comprare dischi, a meno che non saremo
sicuri che non va un centesimo nè a voi nè alla SIAE.
Tanto lo sapete: un modo per ascoltare anche la vostra musica, alla fine, lo
troviamo sempre, per quanto possiate sforzarvi.
Cari saluti.
–
Nome Cognome
Buongiorno.
Leggo che, sull’onda del processo - che non è ancora arrivato all’ultimo grado
di giudizio - a PirateBay in Svezia, avete deciso che anche voi potete
riuscire se non «ad avere in estradizione i proprietari» (sic) almeno ad
avere cospicui compensi.
Mi chiedevo il perchè. Il vostro sito, in mezzo a tante intimidazioni e
minacce legali, nonchè varie statistiche di […]
Son tempi difficili.
Le rockstar non riescono più a pagare il bollo alla limousine, l’icona pop non riesce più ad affittare interi piani all’Hilton; insomma: il p2p sta uccidendo la musica (fortunatamenta non mi è mai piaciuta “la musica” - anche questo post è per ora categorizzato con “rumore”). Nel frattempo, quella musica che è sempre stata non morta ma di certo affamata, giacendo negli scaffali di negozi di musica specializzati frequentati da sedicenti èlite e riempiendo palchi di second’ordine, sta trovando nuova linfa vitale nel p2p (detto “l’assassino”) e nei pomeriggi di adolescenti che, annoiati, cercano nuove forme di vita su MySpace. Il risutato di questa tendenza è stato indubbiamente, dopo dieci anni di esposizione della musica al web 2.0, un fiorire di quella scena, ed un accorgersi che può pure valere qualcosa; tutto questo proprio mentre, appunto, Britney Spears elemosinava soldi per le extension nuove, impoverita da BitTorrent. D’altra parte, c’è un paradosso: cosa succede quando un genere ontologicamente di nicchia diventa molto meno di nicchia? Secondo alcuni diventa di minchia, e muore.
Il che è un ottima cosa. Senza la morte il mondo sarebbe decisamente troppo affollato. E la domanda è: se il punk non fosse morto, il punk avrebbe influenzato tutto il rock a seguire? Se l’hardcore non fosse morta, non avremmo ancora la stessa italodisco di vent’anni fa? Se in molti non avessero esclamato “il rock è morto!”, avremmo avuto lo stesso i Sigur Ros? Ok, penso abbiate capito. I morti si decompongono, restano nelle foto sull’album e, come è sacrosanto sia, fanno da humus e fertilizzano le generazioni a venire. Se vedere gli Arctic Monkeys su MTV o i Franz Ferdinand scalare classifiche sia la morte dell’indie o sia il suo culmine è questione di punti di vista. Quello che è certo è che anche gli ultimi sfigati li hanno assorbiti, e qualcuno è pure passato a trovare il resto della vasta ed eclettica scena dell’indie.. il math, il postrock, il punkfunk e altra gente strana che aveva le allstar già negli anni ‘90.
Questo è ciò che pensavo mentre, ieri sera, mi godevo un festival che ha portato un po’ di tutto questo anche da noi, nella provincia dell’impero, dove tutto arriva, se arriva, un decennio dopo. Il Musica Indipendente A Milano Idroscalo, MIAMI per gli aficionados, ha messo su un palco chi nella nostra italia fa suo questo lungo discorso, e cerca di trovare uno spazio in garage per il proprio ampli, tra i Massimo Volume e i Godspeed You! Black Emperor. Gente non tutta originale, gente non tutta geniale, gente non tutta uguale, come il loro pubblico; ma qua e là trovi qualcuno che appartiene davvero al suo tempo, o perlomeno ci prova, e tenta di lasciare una traccia nella tua testa o perlomeno sul tuo iPod. Anche io ho avuto qualche flash di illuminazione musicofila.
I Farmer Sea viaggiano con mente, synth e chitarre. Le atmosfere ti permeano e Helsinki non sembra troppo lontana.

I Trabant li ho notati perchè vengono da Trieste, che è una città che amo. Si definiscono sfigati e il libricino ufficiale del festival ha ragione nel dire “musica per sfigati del tipo college americano”, in perfetto stile recensione indie (come del resto questo articolo). I Rapture possono strizzare l’occhio, ma se si guarda alla potenza perderebbero di sicuro. I Trabant sono gente che litiga sul palco, non ha paura degli strumenti elettronici (anzi) ma tiene saldamente in mano delle chitarre e pur di farti muovere al loro ritmo dritto e robusto venderebbe l’anima a disco stu.
Considerate solo che sono riusciti a far POGARE un pubblico di nerd capace solo di ondeggiare sulle scarpe.
Meg. Meg è indie, già questo potrebbe sorprendere. Eppure, foss’anche una formalità, vi assicuro che in “Psychodelice” non c’è nemmeno un euro per le major. Sul palco si presenta proprio come sul cd, ovvero una versione napoletana di Bjork, con tanto di piume al collo e maschere. Un lifting sonoro che ho apprezzato, devo dire. Le basi elettroniche sanno essere originali a modo loro, e cattive a modo loro, e ciò che conta di più, nel live, è che sembrano molto improvvisate. Il che in un live electro è un fondamentale chapeau. Su questi rudi sfondi di suoni “colorati da Rothko e Pollock” direbbe un perfetto recensore indie, la voce di Meg sa farsi sentire e soprattutto sa farsi ricordare, colpendo.
È vero, forse se Meg è indie, l’indie è morto. Ma Meg è più viva che mai. Come lei altri, magari oggi sconosciuti. Le campane a morto, nel qual caso, le suono con gioia.
Son tempi difficili.
Le rockstar non riescono più a pagare il bollo alla limousine, l’icona pop non riesce più ad affittare interi piani all’Hilton; insomma: il p2p sta uccidendo la musica (fortunatamenta non mi è mai piaciuta “la musica” - anche questo post è per ora categorizzato con “rumore”). Nel frattempo, quella musica che è sempre […]
Il fisico: si occupi di oncologia.
Approfitto dell’inaugurazione del nuovo corso molockiano delle “Brevi di cronaca” - brevi commenti pseudoquotidiani, da affiancare alle nostre tradizionali lunghe analisi e ancor più lunghi vaneggiamenti - per commentare questa buffa notizia.
Posto che in generale ho un pregiudizio positivo sulle centrali nucleari, dopo la campagna di “oh mio dio Černobyl cacca pupù”, in questo caso c’entra ben poco l’oggetto dell’opinione espressa dalle parti in causa. E’ proprio il tono di Rubbia che non mi va giù: «Veronesi si occupi di oncologia, dove riesce benissimo, lasciando il nucleare a chi ne ha competenza». Presumo che il massimo della vita di Rubbia sia una tecnocrazia dove se non hai una laurea in un campo, devi stare zitto e subirti “chi ha competenza”. Le scelte politiche devono essere prese da una casta di esperti plurilaureati in possesso della Verità, mentre la plebaglia deve accettare questi frutti della conoscenza, senza meritarsi nemmeno di capire, senza aver bisogno degli “argomenti” di fianco alla tesi. I dettagli che anche lui è alla fin fine un fisico delle particelle, e studia cose buffe ai limiti della metafisica, e di energia nucleare è difficile definirlo “un esperto”, fanno sorridere un poco di più.
Veronesi ha il coraggio di mettere il suo cervello a disposizione del paese, e di rischiare prendendo opinione in vari campi che sono attualmente al centro del dibattito pubblico; e si presume che, come ogni buon politico dovrebbe - e Veronesi penso abbia l’intelligenza per capirlo, si sia informato adeguatamente sui fatti, abbia magari sentito degli esperti (ingegneri nucleari, non fisici di gravitoni). Presupporre che, siccome non ha una laurea in una materia affine (ma i rischi paventati non sono proprio i tumori, curati dagli oncologi?), stia sparando cose a caso mi fa venire in mente questa citazione, tra le mie preferite:
Un essere umano deve essere in grado di cambiare un pannolino, pianificare un’invasione, macellare un maiale, guidare una nave, progettare un edificio, scrivere un sonetto, tenere la contabilità, costruire un muro, aggiustare un osso rotto, confortare i moribondi, prendere ordini, dare ordini, collaborare, agire da solo, risolvere equazioni, analizzare un problema nuovo, raccogliere il letame, programmare un computer, cucinare un pasto saporito, battersi con efficienza, morire valorosamente.
La specializzazione va bene per gli insetti.Robert A. Heinlein
Nucleare, lite tra Rubbia e Veronesi
Il fisico: si occupi di oncologia.
Approfitto dell’inaugurazione del nuovo corso molockiano delle “Brevi di cronaca” - brevi commenti pseudoquotidiani, da affiancare alle nostre tradizionali lunghe analisi e ancor più lunghi vaneggiamenti - per commentare questa buffa notizia.
Posto che in generale ho un pregiudizio positivo sulle centrali nucleari, dopo la campagna […]
Oggi Milano è stata invasa da branchi di tamarri che, in metrò, mettevano italodance a palla e schernivano vecchie. Non che ci sia qualcosa di male nello schernire vecchiette, ma - francamente - non farlo mentre io sto cercando di arrivare rilassato a lezione. Le tue urla da tamarro mi infastidiscono.
Scopro poi che quella gentaglia è in giro perchè alcuni cervelloni dell’estrema sinistra hanno proclamato una giornata di sciopero scolastico contro:
-gli esami di riparazione a settembre per le materie insufficenti
-il numero chiuso nell’ingresso all’università.
Su quale principio animi questa lotta c’è una discrepanza. Secondo loro - i “cervelloni” - si tratta di “cultura per tutti”; secondo me è molto più semplice parlare di un tentativo di scagionare gli stupidi dall’opprimente colpa sociale di essere tali. Ben inteso: non voglio che si parli di razzismo, snobismo o sa dio cosa: nulla vieta che io possa rientrare in questa categoria, nulla impedisce che chicchessia - dallo spazzino con la II elementare al nobel - dimostri che non vi appartiene. Certo è che però gli stupidi esistono: pensano, vivono, fanno delle scelte; delle scelte - ci tengo a specificarlo - che io devo sinceramente rispettare in quanto provenienti comunque da un essere umano, che in quanto tale è consapevole e razionale. Ma non mi si può chiedere di sostenere la stupidità, di difenderla, di darle da mangiare, di sopportarne tacendo strepiti e grida.
Ci sono corsi di laurea come scienze della comunicazione, scienze politiche, ingegneria gestionale, il dams, che hanno un potenziale molto alto di educazione e di sfruttamento delle giovani menti fertili, ma che devono fare i conti con un alto numero di iscritti che non potrebbe reggere una trasmissione di informazione che sia veloce ed efficace. In altre parole, ogni gruppo di studenti deve essere trattato dal professore come se fosse composto soltanto dall’ultimo di quegli studenti, da quello che capisce meno la materia trattata. Più questo ultimo si trova in basso, più il gruppo sarà lento nel suo insieme. Non solo: il livello medio dei laureati che ne escono si abbasserà gradualmente, se viene abbassato il livello dei frequentanti; e quella laurea varrà sempre meno. Se il DAMS sfornasse una dozzina di studenti l’anno, scelti accuratamente, sarebbero preparatissimi e richiestissimi. Al contrario, allargare il bacino di utenza significa complicare la vita ai migliori e svalutarne la conoscenza.
Per di più, l’investimento nei più stupidi, in quelli meno adatti a quel tipo di apprendimento, non è solo investimento morale e psicologico, ma anche economico. Poichè - per fortuna! - non siamo negli USA, dove le rette sono paragonabili ad una villa tra le più costose, ma in Italia, dove esse sono alla portata della maggioranza della popolazione, ognuno di noi, giustamente, spende per mantenere il sistema universitario. È un investimento morale e economico a lungo termine, che dovrebbe portare ad una società migliore. Un compito che non può assolvere, se viene occupato con folle enormi poco inclini ai ritmi che sarebbero propri dei cervelli migliori.
La selezione è un obbligo, economico, verso chi paga quelle università, e sociale, verso chi le vorrebbe frequentare meglio. E, ribadisco, non sia mai che la selezione diventi di tipo economico - è il cittadino che ha a sua volta il dovere di contribuirvi in maniera fondamentale. La selezione guardi al cervello: a quel punto, è interesse stesso delle università, contro la propria svalutazione, che siano solo i migliori ad entrarvi. Non penso, nel modo più assoluto, che esista un metodo valido universalmente per valutare l’intelligenza: tuttavia, trovare una valida approssimazione per la ricerca del più alto potenziale intellettuale sarebbe - ed è - una necessità delle università stesse.
E a che mi dice che, limitando gli iscritti, la conoscenza rimarrebbe affare di pochi, non posso che rispondergli, semplicemente, che le lezioni sono libere. E chiunque si senta di affrontare una lezione, magari ardua e complessa, è comunque libero di farlo, di apprendere, di incanalare informazioni.
Quindi mi dichiaro, per una volta, dalla parte della nostra costituzione - I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi - contro gli attacchi di esperti demagoghi che tentano di far passare la “cultura per tutti” come la “cultura per i più stupidi”.
Oggi Milano è stata invasa da branchi di tamarri che, in metrò, mettevano italodance a palla e schernivano vecchie. Non che ci sia qualcosa di male nello schernire vecchiette, ma - francamente - non farlo mentre io sto cercando di arrivare rilassato a lezione. Le tue urla da tamarro mi infastidiscono.
Scopro poi che quella gentaglia […]
Attenzione, attenzione:
Frattini, attualmente sedicente commissario europeo alla sicurezza, sostiene che bisogna evitare che il popolo possa cercare su internet parole come kill, bomb, terrorism, genocide.
Prima di tutto, forse chi avanza certe ipotesi ignora che esistono reti come usenet, come i peer to peer, che sono molto più utilizzate per informazioni sulle attività illegali rispetto al web con tutti i suoi search engine; e purtroppo, non ammetto ignoranza da chi parla di certi temi da certe postazioni così in alto. Ma soprattutto qua si dimentica - o si vuol dimenticare, o si finge di dimenticare - che internet serve per semplificare la ricerca di informazioni; non permette di far saltare palazzi, non basta internet per mettere bombe. E le persone sapevano organizzarsi fra loro anche prima di internet, e lo possono fare anche ora; o potrebbero farlo anche con queste assurde regolamentazioni, semplicemente con qualche scrupolo di anonimato di più. E allora? Se è evidente che tutti gli attentati finora portati a termine potevano esserlo anche con questi sbarramenti alla libera circolazione di informazioni, a cosa serve portare avanti proposte del genere?
Bomb, kill, genocide, terrorism.
L’ipotesi più probabile è che far sentire i cittadini protetti al riparo del governo forte, dell’uomo forte, serve a portar voti - come dice matteus qualche post più in basso. Pare che per una parte della popolazione, improvvisamente, i marocchini che ha sempre visto per strada a spacciare ora siano molto simili a quelli che hanno ammazzato le persone in tv; e questo spaventa così tanto certe persone, che rivogliono il fascismo - anche se magari in versione lite. E questo semplicemente è inaccettabile - odio le psicosi, specialmente se finiscono col privare me di qualcosa.
Bomb, kill, genocide, terrorism.
Ma ricordiamoci che internet e i motori di ricerca servono a cercare più facilmente informazioni. In molte dittature moderne, i motori di ricerca sono blindati allo stesso modo - the Great Firewall of China, ad esempio. Bomba, ucciddere, genocidio, terrorismo. In Italia, tutte queste parole possono riferirsi a crimini perpetrati dallo stato, o da alcuni suoi organi marci. Nella prima pagina di risultati di google per “terrorismo”, già troviamo un link diretto ad un indagine sul terrorismo di stato, sulla strategia della tensione - qualcosa di storicamente provato, eh. Per quanto riguarda “uccidere”, basta tornare al 2001, a Genova, neanche ai ‘70. Ciò che ci distingue dalla cina è che noi, nonostante tutti i tentativi di certo stato di insabbiare tutto, possiamo accendere internet, e cercare informazioni.
Internet serve per cercare informazioni.
Bomb, kill, genocide, terrorism.
Attenzione, attenzione:
Frattini, attualmente sedicente commissario europeo alla sicurezza, sostiene che bisogna evitare che il popolo possa cercare su internet parole come kill, bomb, terrorism, genocide.
Prima di tutto, forse chi avanza certe ipotesi ignora che esistono reti come usenet, come i peer to peer, che sono molto più utilizzate per informazioni sulle attività illegali rispetto al […]
Dal populismo cieco non viene fuori nulla di buono; per trovare il comun denominatore della rabbia popolare finisci con il doverti arrendere a dei diktat semplicistici. Purtroppo la realtà è sempre molto più complessa delle buone intenzioni; gli slogan analizzano poco pur infiammando molto. La realtà va analizzata.
Non si può pensare che basti ascoltare la folla che urla “fuori i corrotti dai palazzi” per fare una legge che - oplà! - tiri fuori i corrotti. Eh, no. Non puoi decretare che chiunque abbia commesso un crimine stia fuori da quella sala dove si decide cosa è un crimine e cosa no. Pannella - quando era un politico un filo più scaltro e meno noioso di ora - fumò uno spinello, e poi si denunciò; il tentativo mirava a provare l’inconstituzionalità del proibizionismo ancora vigente. Penso che il senso dell’esempio sia palese: non puoi impedire giuridicamente ad un condannato di provare a cambiare la legge che lo ha condannato; che i parlamentari son lì per cambiare le leggi che non ci piacciono te lo saprebbe dire anche l’ultimo dei grillini. Anzi, proprio la condanna, in qualunque paese civile, dovrebbe espiare le tue colpe, rimettere a te tutti i tuoi diritti di cittadino. Non privartene.
Sia ben inteso: io sono un sostenitore dell’iniziativa dal basso! Nella folla che urla “fuori i corrotti dai palazzi”, urlo anche io. Il populismo non sta nel fine; tuttavia, la via per l’inferno è lastricata di superficialità, di metodi scorretti, di assunti approssimativi e soluzioni controproducenti. Sparare nel mucchio in parlamento non è espressione di quel senso critico che dovrebbe caratterizzare la democrazia.
E se la folla urla che questa classe politica è rovinosa, non dovresti decretare che ogni classe politica possibile lo è. Il politico di professione serve; gente che ha cambiato questo paese, gente come Berlinguer, gente come De Gasperi, è esistita. Quello che manca agli attuali dirigenti è proprio la professionalità. E la soluzione quale sarebbe? Stabilire l’assoluta impossibilità della professione-politico? “Chiunque si siede lì per più di due legislature è un ladro!” - a parlare così non è il sig. Rossi, l’italiano medio, a parlare così è qualcuno che cerca semplicemente di cavalcarne la rabbia. In verità, abbiamo bisogno di gente che si sieda su quegli scranni per ben più di due legislature; abbiamo bisogno di gente che sappia farci dire che dovrebbe proprio restarci per più di due legislature. Far saltare qualche testa importa poco, se partiamo dall’assunto che chi verrà dopo non sarà meglio.
E ancora meglio: serve qualcuno che sappia prendere il “sistema” e portarlo nella direzione giusta; non serve qualcuno che cavalchi qualche assunto standard dell’italiano medio, senza nessun progetto, senza nessuna analisi dietro di sè; e - forse proprio per questo - decide di restare perennemente fuori dal campo da gioco vero, senza alcuna voglia di prendersi nessuna responsabilità.
E, soprattutto, il meraviglioso V per Vendetta non c’entra proprio un cazzo con le tue minchiate da sinistroide sudamericano.

Dal populismo cieco non viene fuori nulla di buono; per trovare il comun denominatore della rabbia popolare finisci con il doverti arrendere a dei diktat semplicistici. Purtroppo la realtà è sempre molto più complessa delle buone intenzioni; gli slogan analizzano poco pur infiammando molto. La realtà va analizzata.
Non si può pensare che basti ascoltare la […]
Marx aveva torto su tante cose; non è nemmeno necessario elencarle, dalla dittatura “democratica” all’inevitabilità del fallimento capitalista. Ma in una cosa la sua analisi socio-economica è effettivamente utile: l’innegabile ruolo del capitale. CIò che una volta si chiamava “la terra”, e che per Mazzarò già era “la roba”; poi, tecnologicamente superata, è stato il semplice “capitale” a costituire quel potere che, affilato discrimine, separa il ricco, che dispone di cifre che può far fruttare, dalla mediocrità, dal ceto medio.
Ma non voglio apparire affatto comunista, sia chiaro: far fruttare il patrimonio è, spesso, stimolo per il progresso, miglioramento della società. Anche investire in borsa in aziende che si suppone possano produrre utili, è alla fine un modo di finanziare società di cui alcuni - i consumatori - dichiarano, consumando, di aver bisogno. Ci sono però conseguenze ben strane, in alcuni sfruttamenti del capitale: e penso che un vero capitalista dovrebbe concordare che quando l’investimento di esso produce un generale malessere, anzichè un progresso, esso dovrebbe essere quantomeno frenato.
Ciò di cui sto parlando è molto semplice e immediato. “Bene primario” per chi compra; per chi acquista, è semplicemente “il mattone”. Beninteso, non sto dicendo che chi investe in esso è sempre e comunque uno “sporco capitalista” che procura danno alla società; solamente, a mio avviso spesso non si considera nemmeno che l’investimento, se fatto in alcuni modi e con determinate strategie, è un contributo significativo all’aumento dei prezzi che sta rovinando la vita a parecchie persone. Negli ultimi dieci anni i prezzi delle case sono quasi raddoppiati; per comprare un trilocale di 90mq servono in media venti anni di stipendio; e se cerchi casa, ma il trilocale è roba da ricchi, magra consolazione: dal 1999 al 2006 gli affitti sono più che raddoppiati. Chissà come l’ha presa quell’italiano su quattro che ha dovuto segnare “per due” di fianco alla voce più importante del proprio bilancio.
E’ evidente, o dovrebbe esserlo, che se si acquista una casa mediocre, e la si trasforma in una magione nuova di zecca, si sta alzando il prezzo non solo di quella casa ma pure di quella zona. O che se si prende un appartamento dove abita una famiglia, le si alza l’affitto per scacciarli, e poi si divide lo stesso appartamento in due per poi rivenderlo, si lucra doppio… ma intanto il prezzo che ogni persona deve pagare per ogni metro quadro della sua vita si alza inesorabilmente. E queste sono cose realmente successe - nella fattispecie parlo dell’hinterland milanese.
E le conseguenze possono essere ancora più vaste: si pensi all’immigrato che, lo vogliamo o no, sta qui in Italia, e (fortunato!) ha pure un lavoro precario ma regolare. Che diavolo deve fare, per avere un posto dove vivere? O traferirsi sotto un ponte, o cercare di trovare casa - magari insieme ad altri dieci, undici coinquilini - in una qualche zona dove gli affitti sono, per un particolare insieme di circostanze, bassi; il problema è che quel particolare insieme di circostanze è esemplificato in maniera paradigmatica da via Anelli a Padova: un ghetto dove la presenza di immigrati, lo spaccio che gli stessi contribuiscono a creare, lo sfascio delle infrastrutture, la separazione culturale dal resto di Padova, creano un circolo vizioso che porta ad attirare altri poveracci, ad aumentare lo spaccio, lo sfascio e la dicotomia dal resto della città.
Restando un po’ più nelle nostre case, anche i giovani che restano in casa fino a trent’anni - chiedetelo a chiunque faccia parte di questa schiera - lo fanno semplicemente perchè avere un altro posto dove andare è roba da nababbi - se non vuoi finire in una via Anelli, ovvio. Insomma, l’aumento continuo e indiscriminato dei prezzi, dovuto ad una totale mancanza di lungimigranza sugli investimenti da parte di certa borghesia medio-alta, ma ancor più al generale disinteresse dei “controllori”, sta determinando una polarizzazione netta tra chi ha il capitale-case (ed il plurale è necessario) e chi riesce a viverci solo finchè l’affitto è alla sua portata.
E in mezzo a tutto questo, la sinistra radicale (per una volta che potrebbe fare una politica che apprezzerei), anzichè porre questo problema, forse uno dei più gravi del “proletariato” (se esiste ancora con questo nome), preferisce occuparsi di congelare un sistema pensionistico che, se non riceve uno schiaffo efficace, distruggerà l’erario. Tipo Argentina, ma con l’Europa che ci incula.
Ah, già: menzione d’onore ai genovesi che si arrabattano (boicottando le merci sarde, leggo sul Corriere) per protestare contro le tasse che Soru ha messo sulle loro seconde case in Sardegna. Ma vaffanculo. Vogliamo abolire l’ICI? Giusto. I soldi prendiamoli tutti dalle seconde, terze case di chi senza dubbio non rimarrà senza spazio vitale.
(Uffa, non ci sono riuscito. Ho fatto un articolo da comunsta. Abiuro tutto.)
Marx aveva torto su tante cose; non è nemmeno necessario elencarle, dalla dittatura “democratica” all’inevitabilità del fallimento capitalista. Ma in una cosa la sua analisi socio-economica è effettivamente utile: l’innegabile ruolo del capitale. CIò che una volta si chiamava “la terra”, e che per Mazzarò già era “la roba”; poi, tecnologicamente superata, è stato il […]
Ho deciso.
Stampo una foto di Pannella - ad esempio questa - ci faccio una svastica sopra, e poi la mando, con allegato un bel proiettilozzo, a Repubblica, al Corriere e a tutti quanti gli organi di informazione di questa bell’Italia.
Ciò che ora pervade il mio cuore è infatti la più sincera indignazione per le espressioni con cui il movimento laicista offende da anni il cattolicesimo; e non parlo solo nei riguardi della nostra Santa Madre Chiesa, ma anche di come Pannella e soci vituperino l’identità di tutti gli italiani - poichè, come è noto, gli italiani sono tutti battezzati e quindi si riconoscono (tutti!) nei valori del Santo Padre. E’ inammissibile che in una “repubblica” fedele e devota come la nostra si permettano ancora a certe pecorelle smarrite di gridare le loro opinioni, chiaramente in contrasto con la bibbia, cioè la nostra seconda costituzione.
Dopo questa doverosa precisazione, vi svelo però un secondo motivo; e, credetemi, non vi piacerà. E’ infatti dettato da una empia, lo riconosco, volontà di conoscenza, e di una conoscenza tutta empirica, di quel tipo che al nostro papa proprio non va giù. Un esperimento, insomma: semplicemente, sarei curioso di vedere la reazione del mondo politico davanti ad una minaccia simile a quella contro Bagnasco ma indirizzata in senso opposto. Per poi, magari, stilare un bel confronto scientifico - mi perdoni, padre! - tra la quantità di carta buttata per dichiarare solidarietà al signor Bagnasco e quella che si butterebbe per la solidarietà al primo miscredente che passa. Fortunatamente alcuni episodi mi lasciano ben sperare.
Non so in quanti hanno prestato orecchio al concertone romano. Un signore. tal Andrea Rivera, probabilmente posseduto dal demonio, ha prima salutato il Santo Padre guardando verso la basilica di San Giovanni in Laterano, e la piazza indiavolata ha cominciato a fischiare. “No, che so’ ’sti fischi? - grida l’eretico - “il Papa dice di non credere nell’evoluzionismo, e c’ha ragione: la Chiesa in du’ mila anni non si è evoluta affatto”. Per poi proseguire, sovversivo: “Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato il funerale a Welby, cosa che non ha fatto per Pinochet, per Franco, e per uno della banda della Magliana”. Insomma, un’orazione che starebbe bene in un paese frocio e pedofilo come l’Olanda, non certo nel cuore del nostro stato pontificio. Ma non temete, fedeli: tutti, e dico tutti, si sono prontamente dissociati dall’eresia: tutti gli organizzatori, tutti i capoccia dei sindacati, il direttore di raitre che l’ha inconsapevolmente trasmesso, dei deputati della maggioranza ed il governo stesso. Tutti hanno abiurato le parole di fuoco del terrorista; il quale non contento aggiunge: “mi riconosco nella chiesa di San Francesco”. Insomma, parole che incitano ad un odio del tutto ingiustificato.
Ma non temete: la chiesa non ci lascia mai soli! In Messico, per esempio, hanno già allontanato le pecore smarrite che potrebbero disperdere il resto del gregge. Che dire? Stiamo tornando ai secoli d’oro del medioevo.
Ho deciso.
Stampo una foto di Pannella - ad esempio questa - ci faccio una svastica sopra, e poi la mando, con allegato un bel proiettilozzo, a Repubblica, al Corriere e a tutti quanti gli organi di informazione di questa bell’Italia.
Ciò che ora pervade il mio cuore è infatti la più sincera indignazione per le espressioni […]
The ability of the OpenSource Software process to collect and harness the collective IQ of thousands of individuals across the Internet is simply amazing.
(dagli Halloween_Documents)
Se Dio ha creato il mondo, l’uomo ha creato il computer. Iperbole, non lo nego, ma pensateci: avete davanti a voi un intero universo, dove ad ogni azione corrisponde un’infinita serie di reazioni, che incidono sul sistema, o su di una parte di esso. Un piccolo cosmo di bit, dove ogni programma trova un suo habitat, e riesce, cibandosi di dati, a cambiarne forma e sostanza e produrne qualcosa di nuovo, un’azione, o un risultato. E voi non siete che il suo dio, che ne plasma le leggi. Non è godurioso pensarci? Sono secoli che la fisica prova e riprova a capire le leggi su cui si basa questo nostro complesso mondo, e voi avete a disposizione un mondo che è invece soggetto alle vostre leggi; non dovete studiarne il comportamento per capirle, ma potete osservarlo - osservare con cura cosa accade in seguito ad un certo input - e, se il risultato non è di vostro gradimento, nella vostra divina potenza, cambiarlo, cambiando le leggi stesse!
No. Non potete. C’è chi ha deciso che quelle leggi non le avete scritte voi, e quindi non avete il diritto di saperle, e tantomeno perciò di modificarle; c’è chi ha deciso che voi non avete creato questa canzone, e non avete il diritto di imparare a suonarla. C’è chi ha deciso che voi non avete costruito questa macchina, quindi non potete nemmeno sapere come funziona. C’è chi ha deciso che voi non avete scritto questo libro, e perciò voi potete solo saperne il finale. Potreste avere davanti una scatola magica da cui carpire ogni più minuscolo segreto, e invece vi ritrovate una scatola chiusa, dove potete solo mettere input e leggere output, senza nemmeno poter guardare gli ingranaggi. C’è chi ha deciso che voi siete troppo stupidi per poter aspirare ad essere dei; e vi ha relegato al ruolo, per essere gentili, di dio minore.
E non solo voi. Io posso dirvi “guardando gli ingranaggi girare, oggi sapreste meglio come funzionano”; ma anche chi sappiamo per certo che conosce come funzionano non può guardarli, ne toccarli. E per sviluppare una macchina nuova è costretto a reinventarsi daccapo ogni ingranaggio. Se vuole aggiungergli qualcosa, le sue possibilità di integrare le due macchine sono ridottissime; far combaciare gli ingranaggi divente questione di fortuna, di numero di tentativi.
OpenSource Software (OSS) projects have been able to gain a foothold in many server applications because of the wide utility of highly commoditized, simple protocols. By extending these protocols and developing new protocols, we can deny OSS projects entry into the market.
(dagli Halloween_Documents)
E non solo. Come in ogni capitalismo selvaggio - e un mercato di frontiera non può che essere selvaggio come il west - si va al monopolio. E in questo caso, il monopolista è proprio qualcuno che ha avuto come unica capacità il saper sfruttare la propria posizione al massimo delle sue nefaste possibilità. Egli ha sempre avuto non, come molti pensano, una “vista lunga” su come si sarebbe evoluto il mondo; non un coraggio nello scommettere sulla tecnologia; ma soltanto un saper sfruttare una posizione di mercato raggiunta tramite accordi politico-economici con chi produceva i primi pc. Riuscire a impossessarsi di un ingranaggio, cambiarne il 20%, ridistribuirlo e farci la propria fortuna è cosa buona e giusta; farlo, e poi dichiarare intoccabili i propri ingranaggi, e chiudere a chiave tutte le scatole è avidità, è grettezza. E’ strozzare la gallina dalle uova d’oro.
The intrinsic parallelism and free idea exchange in OSS has benefits that are not replicable with our current licensing model and therefore present a long term developer mindshare threat.
(dagli Halloween_Documents)
Ma torniamo al nostro povero programmatore, che vede questa scatola chiusa, e vuole però aggiungere un pezzo che possa integrarsi al meglio con la macchina restante. Per farlo, senza poter aprire la macchina, non può che fare del reverse engineering: guardare come la macchina si comporta e supporre il suo funzionamento. Ma ora, mettiamo che chi ha costruito la scatola voglia vendervi anche l’aggiunta che il nostro bravo reverse engineer vuol progettare; se il costruttore è un’avida sanguisuga, se fosse - mettiamo - il monopolista di cui ho parlato prima, cosa pensate che faccia? Tenterà di complicare il tutto, facendo in modo che le cose stiano in modi diversi da come s’aspetta il nostro programmatore, aggiungendo orpelli e blindando ancor più la scatola. E’ forse questo il libero mercato? E’ forse questa la concorrenza?
Dov’è la scelta del consumatore, unica bibbia del vero capitalismo, quando la scelta la compie sempre e solo un soggetto solo? Come si può produrre il nuovo se l’energia produttiva è volta solo a complicarsi la vita a vicenda, per impedire l’altrui sviluppo?
Esprimete tutta la libertà di scelta che vi rimane. Rifiutate chi blinda scatole e frena lo sviluppo. Il monopolio è un circolo vizioso.
Da spezzare, per riappropriarsi di ciò che vi vogliono togliere: libertà e conoscenza, e non vanno che legate.
The ability of the OpenSource Software process to collect and harness the collective IQ of thousands of individuals across the Internet is simply amazing.
(dagli Halloween_Documents)
Se Dio ha creato il mondo, l’uomo ha creato il computer. Iperbole, non lo nego, ma pensateci: avete davanti a voi un intero universo, dove ad ogni azione corrisponde un’infinita serie […]
Un conflitto ideologico tra due opposte weltanschauung, dove entrambe le parti considerano il modo altrui di vivere - e di governare - indegno dell’umana specie. In ogni parte del mondo, una continua battaglia psicologica tra chi sostiene gli uni e chi sostiene gli altri; ad ogni tavolo internazionale, i rappresentanti degli stati sanno esattamente se collocarsi da una parte o dall’altra. E’ questo il ventunesimo secolo che ci attende?
Se fosse proprio questo, non vi sembra di averlo già visto? Quella sensazione che si ha in estate accendendo la tv, e dovendosi sorbire tonnellate di repliche, che ripercorrono tutto ciò che c’è stato dagli anni ‘50 fino ai ‘90. La storia si ripete, e nel frattempo va anche avanti; questo lo sappiamo. L’umanità ha visto la guerra atomica, ed ha deciso: niente più guerre. L’umanità globalizzata, poi, ha visto che dividersi in due mondi su un solo pianeta è inevitabile, ed ha inventato la guerra fredda. Ma non è finita: anche la guerra fredda va migliorandosi, e soprattutto va preparandosi.
Qual è la caratteristica dominante di una cold war? Su cosa si basa? Negli USA la strategia fondante di questa situazione viene chiamata con una sigla dal duplice significato: la Mutual Assured Destruction, o MAD, per chi ha fretta (di escluderla). Ovvero Distruzione Mutua Assicurata, ma anche FOLLE. Significa che entrambe le parti sanno che allo scatenarsi di un conflitto armato vero e proprio, entrambe verrebbero istantaneamente messi K.O.; ed è grazie a questo paradossale assunto che oggi siamo tutti qui, vivi. Nella sala dei bottoni a Washington sapevano che se avessero pigiato quel fatidico bottoncino rosso, in un’analoga stanza a Mosca un computer lo avrebbe scoperto subito, e loro avrebbero fatto la medesima mossa, pur sapendo che entro pochi minuti la loro distruzione sarebbe stata inevitabile. E’ esattamente come un mexican standoff, una di quelle scene cinematografiche - Leone o Tarantino, come preferite - dove più personaggi puntano contemporanemente la pistola alla testa altrui, tutti pronti a premere il grilletto giusto in tempo per uccidere. Contrariamente a Le Iene, nella realtà è servita allo scopo: restare vivi.
Ma come ho già detto, niente accade due volte uguale, e nel panta rei dei corsi e ricorsi, tutto cambia. Le guerre dimenticate ai margini del conflitto non ci sono più: sono inutili. Massima rilevanza a quando la guerra si riscalda, e quella statua di Saddam deve simboleggiare il cuore dell’impero, e ci voglio tante telecamere. Ed ai fedeli spargete il verbo: le torri del male sono cadute. Massima rilevanza, perchè la guerra fredda è diventata prima di tutto mediatica. Un vietnam da ricordare solo quando manda cadaveri avvolti nella stelle e strisce non ci serve; così, non c’è nulla di meglio di tanti blitzkrieg psicologici ma cruentemente reali, nei punti a maggiore copertura, nel cuore del conflitto.
A principe di tutto ciò, c’è il Muro. La città dove i due schieramenti si vedono, si toccano e si respirano l’un l’altro. Il cielo sopra Berlino era sì diviso in due, ma era privo di armi. Gerusalemme vede già i missili.
No, non voglio sentire parlare nessuno di bambini palestinesi che tirano sassi ai tank israeliani, e che questi agiscono come abbiamo visto solo perchè è una nazione di paranoici rabbini brutti e cattivi. L’Iran lo sappiamo da quale delle due parti sta, vero? E sappiamo che - lui più di tutti - sta cercando la guerra fredda più tesa possibile. Sappiamo che di teocrazie con dei terra-terra puntati sulle colonie di David ce ne sono, vero? E allora ricordiamo che anche Israele sa che questa è l’unica sua possibilità di - relativa - pace. La MAD ha questo presupposto: l’avversario deve sapere la sua fine. Non può lasciare che ad una provocazione ne sussegua un’altra e poi un’altra ancora; deve reagire mostrando tutta la sua potenza di fuoco. Una dimostrazione di forza, sì: e non si fanno coi guanti. La sproporzione è l’unica proporzione per chi deve mostrarsi forte. Quando ti minacciano di morte, li minacci di morte. Tienili sotto tiro, e spera di non dover mai spararla più grossa.
Aggiornamento: una nota di simpatia personale ai doppiogiochisti del governo del Libano, che chiedono alla comunità internazionale di aiutarli a far scomparire Hezbollah. Come? Esaudendo le loro richieste. Bello, bravo, bis. Ricordo anche che Hezbollah è un partito di governo.
Un conflitto ideologico tra due opposte weltanschauung, dove entrambe le parti considerano il modo altrui di vivere - e di governare - indegno dell’umana specie. In ogni parte del mondo, una continua battaglia psicologica tra chi sostiene gli uni e chi sostiene gli altri; ad ogni tavolo internazionale, i rappresentanti degli stati sanno esattamente se […]