Buongiorno.
Leggo che, sull’onda del processo - che non è ancora arrivato all’ultimo grado
di giudizio - a PirateBay in Svezia, avete deciso che anche voi potete
riuscire se non «ad avere in estradizione i proprietari» (sic) almeno ad
avere cospicui compensi.
Mi chiedevo il perchè. Il vostro sito, in mezzo a tante intimidazioni e
minacce legali, nonchè varie statistiche di propaganda contro chi si scambia
musica, riesce a dedicare ben dieci righe alle motivazioni che avete per così
tanto odio - al di là di quelle egoistiche, intendo.
Scrivete:
«Può sembrare azzardato dichiarare che la pirateria significa la fine della
musica, ma tale affermazione, se vista in tutte le sue prospettive, non è
molto lontana dalla realtà. Il pirata non paga alcun diritto al compositore o
all’artista. Per questo motivo creativi, compositori, autori di testi,
musicisti si vedono sottratti gran parte dei loro profitti. Ne consegue che
molti di essi sono costretti ad abbandonare il settore per dedicarsi ad
attività più remunerative. .»
Non è vero. Il “pirata” paga i concerti, il “pirata” paga il merchandising,
il “pirata” - pensate - acquista anche dei cd, quando i soldi vanno davvero
all’artista. I nomi li sapete anche voi: “In Rainbows” dei
Radiohead, “Beneath the Boardwalk” degli Arctic Monkeys, i Nine Inch Nails e
così via. Soldi che vanno - come sempre e solo dovrebbero andare, nell’era
dei byte - al detentore dei diritti. A costui il pirata non avrebbe mai, e
dico mai, dato dei soldi se qualcuno non avesse prima “piratato” le sue
opere. Oltre al fatto che la maggior parte opere scaricate non sarebbero mai
e poi mai acquistate (o, a volte, non saranno mai più acquistabili), ma voi -
abilmente - non mancate di contarle tra le vostre cosiddette “perdite”.
Scrivete:
«La pirateria è inoltre una grave minaccia per l’industria che ogni anno
investe centinaia di miliardi per lanciare nuovi talenti. L’industria
illegale pubblica prevalentemente i maggiori successi sfruttando allo stesso
tempo, in maniera parassitaria, gli investimenti in marketing e promozione
delle case discografiche.»
Marketing? Vi propongo un nuovo punto di vista, lievemente più avanzato
rispetto al vostro, rimasto al 1980 (ventinove anni fa).
L’industria musicale guadagna prevalentemente con i successi di pubblico
raggiunti sfruttando in maniera parassitaria il tempo e la fatica di chi
diffonde le opere sui siti di file sharing. Voi siete i parassiti: un artista
registra, i “pirati” lo diffondono e lo pubblicizzano, l’artista fa concerti,
l’artista vende i suoi cd tramite internet, ma una percentuale va a voi, od
alla siae. Come se il marketing dell’industria musicale - ovvero, carissimi,
le payola - conteranno ancora qualcosa in futuro.
Scrivete:
«Rivenditori e distributori vengono colpiti anch’essi da una concorrenza
sleale che, di fatto, impedisce loro qualsiasi sviluppo.»
Già. Similmente ai compianti amanuensi, colpiti dalla concorrenza sleale della
macchina a caratteri mobili. Siete incredibili, davvero.
Continuate:
«E non ultimo il consumatore finale, vittima di frode in commercio e,
talvolta, inconsapevolmente partecipe ad un reato e al finanziamento di
organizzazioni criminali.»
Sul finanziamento di organizzazioni criminali, nel mondo di Internet, non dico
nulla: chi condivide non riceve un soldo, e se Pirate Bay vende qualche felpa
è unicamente perchè voi ne fate, con la vostra propaganda, un eroe dei nostri
tempi. Sul consumatore, inconsapevolmente criminale, avete ragione: si
commette un reato compiendo un gesto - ascoltando musica - che per nessun
uomo che sia vissuto in un secolo diverso dal ‘900 sarebbe stato possibile
qualificare come fuori dalla legge.
Concludete:
«In definitiva pirateria significa: un crimine contro la cultura,
una frode al consumatore, evasione fiscale, lauti proventi illegali per le
organizzazioni malavitose e sfruttamento di manodopera debole e mercato nero
(minori ed extra-comunitari).»
In fronte a tutto questo, voi estorcete soldi e mandate in galera uno per
educarne cento, e tentate di mettere un controllore ad ogni computer (la
storia dell’on. Carlucci e del pres. Univideo Daniele Rossi insegna). Noi
cento, semplicemente, smettiamo di comprare dischi, a meno che non saremo
sicuri che non va un centesimo nè a voi nè alla SIAE.
Tanto lo sapete: un modo per ascoltare anche la vostra musica, alla fine, lo
troviamo sempre, per quanto possiate sforzarvi.
Cari saluti.
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