Necessità e caso. Fin dalla nascita della filosofia questi due termini tra loro antitetici hanno rappresentato due diversi modi di intendere la realtà. Necessità (ananchè, in greco) è tutto ciò che è e non può non essere, un’essenza ridotta all’osso, si può dire. Secondo l’ottica medievalistica tutto ciò che esisteva era riconducibile al progetto divino, era necessario in quanto manifestazione della volontà di Dio, di conseguenza tutto ciò che esulava da tale progetto era superfluo, era male. Il caso (sempre dal greco, caos), invece, fin da Anassagora ha rappresentato un bel dilemma. Per definizione il caso è cio che è ma può non essere, di conseguenza sorge così spontanea una domanda: quello del caso è il campo in cui possiamo far valere il nostro libero arbitrio o è soltanto una serie di necessità che la nostra ragione non è in grado di intendere? Il primo caso (chiedo scusa per la necessaria ripetizioneJ) è stato fatto proprio dalla dottrina cristiana, secondo la quale l’uomo ha diritto di scelta, seppur movendosi all’interno del progetto divino, il secondo dalla filosofia stoica, per la quale l’unica libertà dell’uomo è quella di accettare o meno la realtà preordinata delle cose. Ma al di là della pura speculazione filosofica quello che mi chiedo è quale, tra caso e necessità, sia maggiormente degno di essere seguito come filosofia di vita, come modo di rapportarsi con il Mondo. Attenerci al necessario, all’essenziale o spingerci nel campo del superfluo, del non strettamente utile? Considerare la realtà come essenzialità unicamente da accettare, senza possibilità di cambiamento, come l’ultimo Leopardi, o elaborare affascinanti teorie idealiste di una realtà perfettibile come Hegel? Porci seriamente come principi fondanti ed unici quelli della necessità (con il rischio di giungere all’aridità) o addentrarci nella molteplicità stucchevole e relativista del caso (con il rischio di un’esponenziale moltiplicazione dei punti di vista)? Il problema, se ci pensate, oltre che a livello ideale si ripropone in tutti i campi dell’esistenza, in particolare nei rapporti sociali, umani, dove necessità=bisogno e caso=gratuità. E’ da considerare più forte, più sincero, più giusto un rapporto basato sul bisogno reciproco o sulla gratuità del sentimento? Un rapporto d’affetto tra due persone o anche di solidarietà tra due popoli è necessariamente condizionato da una necessità più o meno profonda e radicata o può esser fondato su un bene incondizionato? Da questo punto di vista non mi vergogno di schierarmi dalla parte del caso: credo nel Bene assoluto, nella possibilità del bene per il bene.
Necessità e caso. Fin dalla nascita della filosofia questi due termini tra loro antitetici hanno rappresentato due diversi modi di intendere la realtà. Necessità (ananchè, in greco) è tutto ciò che è e non può non essere, un’essenza ridotta all’osso, si può dire. Secondo l’ottica medievalistica tutto ciò che esisteva era riconducibile al progetto divino, […]
