Marx aveva torto su tante cose; non è nemmeno necessario elencarle, dalla dittatura “democratica” all’inevitabilità del fallimento capitalista. Ma in una cosa la sua analisi socio-economica è effettivamente utile: l’innegabile ruolo del capitale. CIò che una volta si chiamava “la terra”, e che per Mazzarò già era “la roba”; poi, tecnologicamente superata, è stato il semplice “capitale” a costituire quel potere che, affilato discrimine, separa il ricco, che dispone di cifre che può far fruttare, dalla mediocrità, dal ceto medio.
Ma non voglio apparire affatto comunista, sia chiaro: far fruttare il patrimonio è, spesso, stimolo per il progresso, miglioramento della società. Anche investire in borsa in aziende che si suppone possano produrre utili, è alla fine un modo di finanziare società di cui alcuni - i consumatori - dichiarano, consumando, di aver bisogno. Ci sono però conseguenze ben strane, in alcuni sfruttamenti del capitale: e penso che un vero capitalista dovrebbe concordare che quando l’investimento di esso produce un generale malessere, anzichè un progresso, esso dovrebbe essere quantomeno frenato.
Ciò di cui sto parlando è molto semplice e immediato. “Bene primario” per chi compra; per chi acquista, è semplicemente “il mattone”. Beninteso, non sto dicendo che chi investe in esso è sempre e comunque uno “sporco capitalista” che procura danno alla società; solamente, a mio avviso spesso non si considera nemmeno che l’investimento, se fatto in alcuni modi e con determinate strategie, è un contributo significativo all’aumento dei prezzi che sta rovinando la vita a parecchie persone. Negli ultimi dieci anni i prezzi delle case sono quasi raddoppiati; per comprare un trilocale di 90mq servono in media venti anni di stipendio; e se cerchi casa, ma il trilocale è roba da ricchi, magra consolazione: dal 1999 al 2006 gli affitti sono più che raddoppiati. Chissà come l’ha presa quell’italiano su quattro che ha dovuto segnare “per due” di fianco alla voce più importante del proprio bilancio.
E’ evidente, o dovrebbe esserlo, che se si acquista una casa mediocre, e la si trasforma in una magione nuova di zecca, si sta alzando il prezzo non solo di quella casa ma pure di quella zona. O che se si prende un appartamento dove abita una famiglia, le si alza l’affitto per scacciarli, e poi si divide lo stesso appartamento in due per poi rivenderlo, si lucra doppio… ma intanto il prezzo che ogni persona deve pagare per ogni metro quadro della sua vita si alza inesorabilmente. E queste sono cose realmente successe - nella fattispecie parlo dell’hinterland milanese.
E le conseguenze possono essere ancora più vaste: si pensi all’immigrato che, lo vogliamo o no, sta qui in Italia, e (fortunato!) ha pure un lavoro precario ma regolare. Che diavolo deve fare, per avere un posto dove vivere? O traferirsi sotto un ponte, o cercare di trovare casa - magari insieme ad altri dieci, undici coinquilini - in una qualche zona dove gli affitti sono, per un particolare insieme di circostanze, bassi; il problema è che quel particolare insieme di circostanze è esemplificato in maniera paradigmatica da via Anelli a Padova: un ghetto dove la presenza di immigrati, lo spaccio che gli stessi contribuiscono a creare, lo sfascio delle infrastrutture, la separazione culturale dal resto di Padova, creano un circolo vizioso che porta ad attirare altri poveracci, ad aumentare lo spaccio, lo sfascio e la dicotomia dal resto della città.
Restando un po’ più nelle nostre case, anche i giovani che restano in casa fino a trent’anni - chiedetelo a chiunque faccia parte di questa schiera - lo fanno semplicemente perchè avere un altro posto dove andare è roba da nababbi - se non vuoi finire in una via Anelli, ovvio. Insomma, l’aumento continuo e indiscriminato dei prezzi, dovuto ad una totale mancanza di lungimigranza sugli investimenti da parte di certa borghesia medio-alta, ma ancor più al generale disinteresse dei “controllori”, sta determinando una polarizzazione netta tra chi ha il capitale-case (ed il plurale è necessario) e chi riesce a viverci solo finchè l’affitto è alla sua portata.
E in mezzo a tutto questo, la sinistra radicale (per una volta che potrebbe fare una politica che apprezzerei), anzichè porre questo problema, forse uno dei più gravi del “proletariato” (se esiste ancora con questo nome), preferisce occuparsi di congelare un sistema pensionistico che, se non riceve uno schiaffo efficace, distruggerà l’erario. Tipo Argentina, ma con l’Europa che ci incula.
Ah, già: menzione d’onore ai genovesi che si arrabattano (boicottando le merci sarde, leggo sul Corriere) per protestare contro le tasse che Soru ha messo sulle loro seconde case in Sardegna. Ma vaffanculo. Vogliamo abolire l’ICI? Giusto. I soldi prendiamoli tutti dalle seconde, terze case di chi senza dubbio non rimarrà senza spazio vitale.
(Uffa, non ci sono riuscito. Ho fatto un articolo da comunsta. Abiuro tutto.)